Archive for febbraio, 2010

L’esame del dna rivela: Tutankamon aveva un piede deforme e morì di malaria

sabato, febbraio 20th, 2010

MILANO - Il celebre faraone Tutankamon aveva un piede deforme, camminava con un bastone e aveva fattezze femminili. A consegnare alla storia il nuovo identikit del celebre faraone egiziano è stato l’atteso test del Dna condotto da ricercatori italiani, tedeschi ed egiziani, su 11 mummie, inclusa quella del sovrano bambino che morì a 19 anni per una frattura ossea che indebolì il suo sistema immunitario facendogli contrarre la malaria. L’apparenza femminea del giovane faraone ha persino fatto ipotizzare che il re fosse affetto da una forma di ginecomastia, «ma si tratta di teorie nate sulla base dei reperti archeologici e non legate alla valutazione della mummia», scrivono i ricercatori. Nessun segno di ginecomastia o della sindrome di Marfan infatti sono state riscontrate dai ricercatori, dunque l’aria vagamente effeminata tipica dei ritratti del re sarebbe solo una caratteristica dello stile dell’epoca. Al giovane faraone è stato però diagnosticato un disordine osseo, ma soprattutto gli esami hanno svelato le tracce della presenza del parassita della malaria. L’infezione potrebbe aver causato una necrosi ossea che, in abbinamento alla malaria stessa, avrebbe portato il giovane alla morte. Problemi di deambulazione del faraone sono rivelati anche dalla scoperta di bastoni nella sua tomba, aggiungono gli autori. Secondo i quali come detto, c’è la possibilità che un’improvvisa frattura, abbinata all’infezione malarica, possa aver segnato il destino di Tutankamon.

LINEA EREDITARIA - L’esame del genoma di Tutankamon, che ha regnato dal 1341 al 1323 avanti Cristo, ha anche finalmente definito la sua linea ereditaria: Akhenaton, il faraone che trasformò radicalmente la religione dell’antico Egitto e che governò dal 1351 al 1334 avanti Cristo, era suo padre e sua sorella era la madre. Inoltre i due feti ritrovati nella tomba del faraone sarebbero veramente suoi figli: due bimbe morte subito dopo la nascita. Questa dinastia, che si snoda sulle rive del Nilo dal 1.550 al 1.295 AC, fu una delle più potenti dell’antico Egitto. Fra le figure più note proprio Tutankamon: il giovane faraone morto nel nono anno del suo regno, a soli 19 anni, e poco noto prima che Howard Carter scoprisse la sua tomba, intatta, nella Valle dei Re nel 1922. La morte precoce del faraone, senza eredi, ha fatto fiorire nel tempo numerosi ipotesi, sviluppate a partire dai manufatti e dai ritratti ritrovati nella tomba. In passato c’è chi ha pensato a un trauma, a una setticemia, a un’embolia, ma anche a una frattura o a un avvelenamento.

da: Corriere.it

Addio al pap-test, i controlli sul Dna

sabato, febbraio 13th, 2010

MARCO ACCOSSATO

TORINO
Addio pap-test, contro i tumori al collo dell’utero arriva un esame più efficace: l’analisi del Dna. Per la prima volta uno studio condotto in nove centri di screening italiani su un campione di 94 mila 370 donne ha dimostrato che l’esame sul Dna del papilloma virus previene un numero superiore di tumori in confronto al tradizionale test citologico. Praticamente la totalità, e tutti sul nascere. La differenza sta nel fatto che l’analisi dell’«impronta» del virus consente di individuare con grande anticipo eventuali lesioni ancora nella fase pre-cancerosa. Perciò, da oggi - concludono i ricercatori - «il test dell’Hpv può diventare lo strumento principale di screening per la diagnosi precoce nelle donne di età pari o superiore ai 35 anni».

Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica «Lancet Oncology»: realizzato nei centri screening di Torino, Trento, Padova, Verona, Bologna, Imola, Ravenna, Firenze e Viterbo, ha avuto come capofila il Centro per l’epidemiologia e la prevenzione oncologica dell’ospedale San Giovanni Antica Sede-Molinette di Torino. Uno studio randomizzato, coordinato dall’epidemiologo Guglielmo Ronco: «La nostra ricerca - annuncia il dottor Ronco - è la prima a mostrare una maggiore efficacia del test dell’Hpv rispetto al pap-test nel prevenire i tumori invasivi, in un Paese sviluppato dove lo screening citologico si utilizza da anni e i tumori avanzati sono già estremamente rari tra le donne che aderiscono questi screening».

L’esame del Dna può fare di più della «vecchia» tecnica. Soprattutto, molto prima.

Lo studio italiano si è svolto in due fasi, partite tra marzo e dicembre 2004 su migliaia di donne fra i 25 e i 60 anni: tutte sono state invitate a sottoporsi al controllo nei nove centri di ricerca italiani. «In ognuna delle due fasi - spiegano i ricercatori - le donne sono state assegnate casualmente ai due gruppi: nella prima, a un gruppo è stato effettuato il pap-test mentre le altre sono state sottoposte sia al pap-test sia all’analisi dell’Hpv. Nella seconda fase, un gruppo è stato sottoposto solo al pap-test, l’altro solo al test Hpv.

I risultati sono inequivocabili: al termine della prima serie di esami e del primo confronto i due test hanno evidenziato un numero simile di tumori invasivi: 9 nel gruppo del pap-test, 7 nel gruppo del Hpv-test associato al pap-Test. «Ma nel secondo round di esami, a distanza di tempo - sottolineano i ricercatori torinesi - nessun cancro è stato riscontrato nel gruppo sottoposto all’Hpv-test più pap-test, a fronte dei 9 rilevati nel gruppo pap-test. Il che dimostra che l’esame Hpv è più efficace perché permette di trattare con maggiore anticipo le lesioni precancerose prima che le stesse si trasformino in tumori invasivi». I risultati confermano dunque che «combinare il test Hpv con il pap-test non aumenta l’efficacia dello screening». In altre parole: «E’ sufficiente utilizzare soltanto il test Hpv».

Lo studio coordinato dall’epidemiologo torinese è andato oltre il raffronto fra i due tipi di esame. Ha permesso di scoprire di più: ha consentito anche di individuare la fascia d’età per la quale è opportuno sostituire il pap-test con il test dell’Hpv: «E’ nelle donne più giovani che la maggiore sensibilità del secondo esame porta a individuare un alto numero di lesioni, anche se le ragioni non sono del tutto chiare». Il che ha però una conseguenza positiva immediata: consente di evitare interventi chirurgici per rimuovere lesioni già formate. «Intervenire chirurgicamente su lesioni che avrebbero potuto scomparire con un diagnosi precocissima porta a un eccesso di trattamento e a un aumento del rischio di complicazioni in gravidanza».

Alla luce dei risultati di questo studio sta per partire, sotto la guida dello stesso dottor Ronco, e per i prossimi tre anni, il primo progetto nazionale di utilizzo del Dna per i test di screening. Si comincia da Torino, Ivrea, Reggio Emilia e della Provincia autonoma di Trento. «Nel frattempo - conclude l’epidemiologo coordinatore dello studio - in laboratorio si continua: lavoriamo alla ricerca di un marker biologico per distinguere se una lesione avrà più o meno possibilità di svilupparsi, e di un criterio per sapere, caso per caso, ogni quanto sottoporre le donne al nuovo test».

da: La Stampa.it

Approfondimenti: Paternità.eu